BREXIT: what’s up?

Carige: il 2019 Tricolore parte in salita
gennaio 10, 2019
Focus Italia: aggiornamento
marzo 14, 2019

La democrazia diretta non sempre funziona e dovremmo trarre insegnamento dalle vicende di questi giorni riguardanti la BREXIT, a maggior ragione in vista delle scelte che in futuro saremo chiamati a compiere come cittadini italiani.

La permanenza o meno del proprio Paese in un’unione di natura sovranazionale è una decisione complessa che, per via delle relative potenziali implicazioni, non può essere ridotta a un semplice “sì o no”. Spetta ai rappresentati politici prendere decisioni di questa portata e lo scaricare questa responsabilità sul popolo non è la soluzione. Il referendum popolare è uno strumento di partecipazione politica di importanza fondamentale, ma è bene essere consapevoli dei limiti che questo presenta: il ruolo di tale istituto può essere quello di integrare, ma non quello di sostituire i soggetti ai quali spetta prendere decisioni politiche di tale portata.

Volendo parlare a ragion veduta di BREXIT, dovremmo partire dai dati relativi all’economia e, in particolare, alla bilancia commerciale del Regno Unito. Così facendo scopriremmo che dal 1973 (anno di adesione al processo di integrazione) il PIL pro-capite è cresciuto del 102%, più velocemente rispetto a quelli di Francia, Germania e USA e come gli scambi commerciali con i Paesi europei rappresentino il 44% delle esportazioni e il 53% delle importazioni, mentre solo l’11% delle esportazioni sia diretto verso gli USA e nemmeno il 3% vada verso Australia e Canada. Per quanto poi il caos politico seguito al referendum del 2016 possa aver pesato sulla fiducia degli operatori economici, la disoccupazione è al 4% (ai minimi da 40 anni a questa parte): questo non significa che la BREXIT non possa impattare pesantemente sull’attività economica, ma piuttosto descrive la forte interdipendenza fra Regno Unito e Unione Europea. Non a caso, molte fra le principali corporation che nel Regno Unito trovano sede hanno già annunciato che in caso di HARD BREXIT si vedranno costrette a trasferire parte considerevole delle loro attività verso l’Europa continentale. 

La settimana che sta per concludersi (dopo la bocciatura dell’accordo che era stato raggiunto fra Theresa May e l’Unione Europea) ha visto allontanarsi i rischi di una HARD BREXIT, prova di come questo scenario non convenga a nessuno. A beneficiarne è stata la Sterlina, che ha portato a casa progressi considerevoli nei confronti di Euro e Dollaro statunitense. Va tuttavia sottolineato come questo trend si sia registrato a fronte di dati economici nel Regno Unito ancora comunque positivi e di mercati finanziari che da inizio anno sono tornati in modalità RISK ON: ma gli investitori stanno però scommettendo su un accordo che non c’è ancora.

Allo stesso tempo, in vista delle elezioni europee che si terranno fra qualche mese, sarebbe ragionevole pensare di poter almeno sentire delle proposte concrete su quello che sarà il futuro dei Paesi europei. Dal punto di vista economico il nostro continente è ancora lontano dall’essere un mercato unico perfettamente integrato (si pensi ai mercati dei capitali, ad esempio): ma fino a quando non si riuscirà ad offrire alle nostre imprese un mercato interno veramente unificato, queste troveranno maggiori difficoltà a competere con i giganti globali statunitensi e cinesi. Continuare ad accumulare ritardi su questi fronti finirà con il compromettere gli investimenti e la capacità innovativa delle imprese europee, insieme alle prospettive di crescita economica e alla stabilità sociale.  

Buona BREXIT!

Stefano Sanna
Stefano Sanna
Laureato in Management degli Intermediari Finanziari presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore | Co-Founder di Hexis Investment Advisory | Terminati gli studi universitari e successivamente a un’esperienza presso una primaria banca italiana, sono entrato nel Gruppo I-Dika e a inizio 2017 ho contribuito a fondare Hexis Investment Advisory, diventando così imprenditore. Un’opportunità che mai avrei pensato mi si sarebbe prospettata a soli 26 anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *