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Le cronache di questi giorni si concentrano sull’ennesima crisi bancaria, che questa volta riguarda Carige (quella che fino a poco tempo fa era la quinta banca italiana). Il sistema bancario italiano non è nuovo a situazioni di questo genere, che negli ultimi anni hanno minato la fiducia di risparmiatori e imprese: elemento chiave per un buon funzionamento di un’economia. Nei precedenti mesi, avevamo già trattato il tema delle crisi bancarie italiane, di cui quello di Banca Monte dei Paschi di Siena è stato il caso più eclatante (anche se non certamente l’unico).

A tal riguardo scrivevamo…

[…] Bassa inflazione, tassi d’interesse a lungo termine schiacciati verso il basso, rivoluzione digitale e continue richieste da parte della BCE e organi di vigilanza relativamente all’incremento dei requisiti in termini di capitale con finalità di vigilanza (peraltro avanzate in un periodo di recessione economica) sono fattori che hanno pesantemente gravato sui margini di redditività delle banche tradizionali nel corso di questi anni. In merito però alle vicende che hanno interessato il sistema bancario italiano, è tuttavia necessario riconoscere come a queste condizioni si siano aggiunti episodi di vera e propria cattiva gestione […].

La vicenda Carige

Carige ha chiuso il bilancio al 30 settembre 2018 con una perdita netta di 189 milioni di euro, comprese le rettifiche di valore per deterioramento di crediti verso clientela (per 219,2 milioni). Il 30 novembre lo Schema volontario del Fondo Interbancario di tutela dei depositi ha sottoscritto un bond subordinato da 320 milioni al 13% (e che salirà al 16% in caso di mancata ricapitalizzazione), che ha consentito all’istituto di rispettare i requisiti patrimoniali imposti dalla Banca Centrale Europea. Il 22 dicembre l’assemblea non ha votato un aumento di capitale da 400 milioni necessario a rimborsare il bond e la banca è stata commissariata. Le vicende di Carige hanno sintetizzato (ancora una volta, nel caso ce ne fosse il bisogno) molto di quello che nel sistema bancario italiano non ha funzionato: i legami incestuosi con la politica, i soldi facili a industriali e immobiliaristi amici e la sindrome del padre padrone alla guida. Il tutto sembra quindi essersi svolto nella perfetta tradizione della mala-finanza italica.

Nelle ultime ore si è reso necessario l’intervento del governo italiano, che ha adottato gli stessi provvedimenti dei suoi predecessori, per difendere la liquidità che Carige ha ancora in pancia. Quello che dall’esecutivo però è stato però definito come il piano C, ovvero la ricapitalizzazione dell’istituto con denari pubblici, rischia di essere il piano A (al netto della retorica da campagna elettorale in vista delle elezioni europee che si terranno in primavera).

Quello che chiunque goda ancora di buon senso spera, è che un eventuale salvataggio non si riduca a essere ostaggio delle necessità elettorali della maggioranza. Salvare le banche costa, ma procrastinare le crisi costa ancor di più: questo non vuol dire che non vadano individuati e puniti i responsabili di questo ennesimo dissesto, ma piuttosto che si debba evitare l’effetto contagio. Come detto Carige non è la prima crisi bancaria alla quale assistiamo, ma una gestione superficiale di questa situazione potrebbe portare a galla ancora altri casi simili.

Stefano Sanna
Stefano Sanna
Laureato in Management degli Intermediari Finanziari presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore | Co-Founder di Hexis Investment Advisory | Terminati gli studi universitari e successivamente a un’esperienza presso una primaria banca italiana, sono entrato nel Gruppo I-Dika e a inizio 2017 ho contribuito a fondare Hexis Investment Advisory, diventando così imprenditore. Un’opportunità che mai avrei pensato mi si sarebbe prospettata a soli 26 anni.

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