Quella politica industriale che da troppo tempo manca all’Italia

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I tempi della retorica da gazzarra elettorale non sembrano ancora essere finiti, ma forse questa volta potrebbe non essere così male perché se alle proposte avanzate dovessero mai seguire fatti concreti questi porterebbero in molti casi a conseguenze potenzialmente disastrose. Occorre comunque riconoscere come da troppi anni le esigenze del nostro sistema produttivo vengano sistematicamente ignorate dalla politica, che non sembra averne minimamente coscienza: e, più in generale, occorre riconoscere come ancora oggi sia difficilmente individuabile una chiara direzione strategica da seguire nel panorama politico, industriale e finanziario italiano. Il livello di conoscenza dei problemi dell’economia fra la nostra classe politica è ai minimi storici: i fatti di questi giorni hanno confermato questa mia convinzione che ho già più volte espresso in questa sede. Un esempio? L’acceso dibattito in corso sull’ILVA di Taranto, che ritengo essere totalmente fuori dalla realtà.

Gli appuntamenti previsti per le prossime settimane saranno decisivi per stabilire quale sarà il futuro dell’acciaieria pugliese, la più grande d’Europa: che offre lavoro a più di 20 mila persone e rappresenta un punto percentuale di PIL italiano (non certo noto negli ultimi anni per la sua galoppante crescita). A partire dal primo luglio, Arcelor Mittal entrerà in azienda dopo aver vinto una gara internazionale con un progetto che prevede l’acquisto dell’ILVA per 1,8 miliardi, 2,3 miliardi di investimenti di cui 1,1 per il risanamento ambientale.

Da qualche mese tuttavia, attraverso un alternarsi di dirette via Facebook e video pubblicati sul web, più qualcuno nelle file delle forze che sostengono il nuovo governo sembra fermamente intenzionato a mettere in discussione il progetto, prospettando in alternativa fantasiose riconversioni dell’acciaieria: in cosa, con quali soldi e con quali prospettive per il futuro non lo si è ancora capito. A detta di questi sarebbe persino possibile procedere garantendo ai lavoratori un altrettanto fantasioso reddito di cittadinanza. Si tratta di un capolavoro di politica industriale o dell’ennesima trovata da improvvisati? Altrettanto curioso è come da un lato ci si proponga di decarbonizzare mentre dall’altro si blocchino investimenti su opere strategiche come il Trans Adriatic Pipeline.

A fronte di simili teatrini chi pensiate che venga ancora a investire in Italia? Per quanto la parola investitori sembri ormai essere sinonimo di speculazione, opportunismo o conquista di campioni nazionali per mano straniera, non c’è altra via alla creazione di lavoro e benessere. Chi promette posti di lavoro per mezzo di decreti legge dovrebbe pensarci bene e forse studiare un po’ di economia. Per un Paese che da anni non vede un politica industriale, il caso ILVA è ancor più imbarazzante.

Altri banchi di prova non mancheranno, si pensi al futuro di Alitalia: che in questi anni è già costata a i contribuenti fra gli 8 e i 9 miliardi.

Stefano Sanna
Stefano Sanna
Laureato in Management degli Intermediari Finanziari presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore | Co-Founder di Hexis Investment Advisory | Terminati gli studi universitari e successivamente a un’esperienza presso una primaria banca italiana, sono entrato nel Gruppo I-Dika e a inizio 2017 ho contribuito a fondare Hexis Investment Advisory, diventando così imprenditore. Un’opportunità che mai avrei pensato mi si sarebbe prospettata a soli 26 anni.

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