Su Telecom Italia si gioca una partita strategica

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Su Telecom Italia si gioca una partita strategica per l’Italia.

La privatizzazione di TIM sembrava destinata a diventare “la madre di tutte le privatizzazioni”. Peccato però che dopo anni di governance discutibile (ricorrendo a un eufemismo) non abbia prodotto quel valore che il mercato si aspettava. Quello che era il sesto gruppo delle telecomunicazioni al mondo è finito con l’essere preda di cordate sgangherate e capitani senza soldi (e senza idee).

Quello delle telecomunicazione è un settore di rilevanza strategica e necessita di un progetto a lungo termine. Il recente ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in Telecom Italia pare essere stato più un intervento tardivo reso possibile dalla temporanea debolezza della politica che non il risultato di coerenti scelte di politica industriale, sopratutto se confrontato con la presenza dello Stato francese in Orange e di quello tedesco in Deutsche Telekom. Nel mese di gennaio Le Monde riportava di lunghe trattative fra Orange e Deutsche Telekom per un’eventuale fusione, chiuse poi con un nulla di fatto per via della disparità in termini di dimensioni fra i due gruppi. In passato alcuni rumors riguardarono anche una possibile fusione fra Telecom Italia e Orange, dietro alla regia di Vivendi, che poi avrebbe trovato uno stop da parte della politica italiana.

Difendere l’italianità di Telecom Italia può essere un’iniziativa meritevole, ma se inserita in un un disegno di politica industriale su un settore strategico a livello nazionale: serve una direzione chiara affinché operatori pubblici e privati possano concorrere all’innovazione del Paese nel settore delle telecomunicazioni. Lo scorporo della rete e la quotazione della stessa e/o l’apertura a nuovi soci (vedi Open Fiber, leggi ENEL) è un’ipotesi che pare trovare sponda nelle forze politiche uscite vincitrici dalle elezioni politiche e che pare piacere anche a Paul Singer e al suo fondo Elliot. Fino ad oggi tuttavia quella con Open Fiber è stata una guerra di quartiere senza vinti né vincitori, in alcuni settori è normale prevedere l’esistenza di un monopolio naturale ed è intuibile capire come fra Telecom ed Enel sarebbe più efficiente lavorare a due mani per la posa della fibra ottica. Una società unica per la rete sembrerebbe essere la soluzione ottimale, ma la strada è ancora molto tortuosa.

In primavera le quotazioni erano salite fino a 87 centesimi: ma dall’arrivo del fondo Elliot il titolo ha poi lasciato sul terreno il 41% e oggi è scambiato a sconto del 25% rispetto ai multipli di Borsa del settore. I nuovi operatori (come Iliad) che con le loro tariffe low-cost hanno compresso i margini del settore non sono l’unica causa: il vero nodo “nodo” rimane la governance di una public company che non è supportata da un’azionariato forte. Nelle prossime settimane scriveremo ancora di TIM, anche analizzandola come opportunità di investimento.

 

 

Stefano Sanna
Stefano Sanna
Laureato in Management degli Intermediari Finanziari presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore | Co-Founder di Hexis Investment Advisory | Terminati gli studi universitari e successivamente a un’esperienza presso una primaria banca italiana, sono entrato nel Gruppo I-Dika e a inizio 2017 ho contribuito a fondare Hexis Investment Advisory, diventando così imprenditore. Un’opportunità che mai avrei pensato mi si sarebbe prospettata a soli 26 anni.

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